La sacralità del silenzio
È lampante agli occhi di tutti noi la complessa piaga/piega assunta dalla società in cui viviamo, negli ultimi
anni. Un’epoca storica frammentata e piena di contraddizioni. Quella che un tempo era fame da mancato
nutrimento diventa oggi fame di significato, di ricerca di senso rispetto al cosmo che ci ospita: la nostra
preziosa Madre Terra. Ma è anche bisogno di sentirsi riconosciuti e amati nel proprio essere, per ciò che
realmente si è; è recupero di valori, di speranza, di antiche saggezze perdute..
Si può anche far finta di nulla, ma è inevitabile il confronto diretto e quotidiano con contesti quasi
“disumanizzati” da una tecnologia sempre più invasiva e dalla digitalizzazione di tutto. Qualcosa che soltanto
all’apparenza si presenta a noi come un bene “appetibile” e di supporto nello svolgimento delle nostre
attività di ogni giorno. Ma, guardato in profondità, è un fenomeno svuotante, che annichilisce uomini e
donne.
Soggetti sempre più fragili, stressati, che hanno disimparato a guardarsi negli occhi e interiormente; pressati
da ritmi frenetici e incalzanti, ma freddi, privi di calore e di autentici contatti umani. Tutto scandito dai click
dei nuovi smartphone. Pensiamo sia soltanto l’atmosfera ad essere inquinata, o che sia colpa dell’elettrosmog. Invece, uno dei maggiori inquinamenti da cui dobbiamo difenderci oggi si chiama
“inquinamento mediatico”. Ovvero, il costante bombardamento di stimolazioni sensoriali e di immagini che
popolano ogni nostro istante, spesso indipendentemente dalle nostre volontà. Imput che sovraccaricano il
nostro SNC, ma portano a disattivare sempre di più la coscienza; creano dipendenza, isolamento, scarsa
concentrazione, sedentarietà, “demenza digitale”, secondo le parole del neuroscienziato Manfred Spitzer. E,
nei casi estremi, paralizzano l’azione e, in ogni caso, creano frastuono, cortocircuito e tante caoticherappresentazioni intorno a noi.
Ci si chiede di restare sempre “connessi”, pena il restare “tagliati fuori” dalla realtà. Ma la verità è che ci
siamo sganciati dalla nostra essenza, che è la parte più genuina di noi, dove il rumore esterno tace e prende
voce il cuore...
Il silenzio....Termine quasi desueto in un’epoca ipertecnologizzata come quella odierna. Eppure, è nelle cose
più semplici che possiamo trovare le risposte. Nel silenzio si dilatano gli spazi, rallentano i battiti, si reimpara
ad ascoltarsi, si crea uno stato di presenza nel qui ed ora. Ma soprattutto, possiamo riabbracciare tutta la
sacralità che risiede in noi, tempio vivo dello spirito. Il silenzio è musica, è voce e magia, è soavità, è pace e
profondissima quiete. Ma anche accoglienza dell’altro da sé e dell’altro di sé.
Allora facciamola la differenza, magari siamo proprio noi quella minuscola particella che scatenerà la svolta.
Andiamo controcorrente: amiamo, custodiamo, non temiamo il silenzio, riappropriamoci di esso. Perché
soltanto nel silenzio prende vita il nostro Sé Superiore, e ci si può sorprendere nel trovare o ritrovare parti di
noi a noi stessi sconosciute, ancestrali o dimenticate. Nel silenzio entriamo in contatto con la scintilla divina
che c’è in noi; ricordiamo di essere interdipendenti gli uni dagli altri e riscopriamo il nostro vero dharma. Cioè
lo scopo, la retta azione in allineamento con l’ordine cosmico, il destino personale che realmente ciascuno
è chiamato a seguire. Solo nel silenzio possiamo tornare ad agire verso l’Unità, sottrarci gentilmente a ciò
che si contrappone all’evoluzione delle nostre anime, attivare le nostre potenzialità, la nostra “vis medicatrix”
e creare “bellezza”, equilibrio, armonia e guarigione dentro di noi e di conseguenza attorno a noi. Perché,
come è dentro, così sarà fuori.
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